Computo dell’orario di lavoro: la distinzione tra riposo intermedio e temporanea inattività


Il criterio distintivo tra riposo intermedio, non computabile ai fini della determinazione della durata del lavoro, e semplice temporanea inattività, computabile invece a tali fini, anche nel lavoro discontinuo, consiste nella diversa condizione in cui si trova il lavoratore, ovvero se possa disporre liberamente di se stesso per un certo periodo di tempo anche se è costretto a rimanere nella sede del lavoro o, pur restando inoperoso, sia obbligato a tenere costantemente disponibile la propria forza di lavoro per ogni richiesta o necessità.


Una Corte di appello territoriale aveva respinto la domanda di un lavoratore nei confronti di una ditta individuale elettromeccanica, diretta ad ottenere differenze retributive per lavoro straordinario. La Corte aveva argomentato che l’attività espletata dal lavoratore, consistita nella sostituzione delle lampade della pubblica illuminazione non funzionanti ed in lavori di piccola manutenzione presso alcuni Comuni della zona, non era legata a orari ed era gestita autonomamente dallo stesso. Di conseguenza, l’eventuale tempo trascorso nei vari Comuni, soltanto in parte dedicato ad effettive prestazioni di lavoro, non potesse essere qualificato come lavoro straordinario e neanche che il lavoratore fosse a disposizione del datore di lavoro, considerata l’autonomia nell’organizzazione del lavoro. Infine, il tempo necessario per recarsi fuori sede poteva farsi rientrare nel normale orario di lavoro, tenuto conto che il medesimo non era obbligato a passare dalla sede aziendale all’inizio e al termine della giornata lavorativa, anche perché custodiva presso il proprio domicilio dell’automezzo di servizio.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, denunciando violazione di norma legge, nella specie l’art. 1 del D.Lgs. n. 66/2003, secondo cui per orario di lavoro si intende qualsiasi periodo in cui un soggetto sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni, laddove invece la Corte di merito aveva dato rilevanza al concetto di lavoro effettivo. Altresì, si contesta l’erronea affermazione della Corte territoriale per cui il tempo impiegato per raggiungere il luogo di lavoro non rientrava nella normale attività lavorativa; ciò contrastando con l’orientamento che mette in rilievo al riguardo lo spostamento funzionale rispetto alla prestazione.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. In primis, la pronuncia impugnata appare palesemente errata in diritto laddove, pur essendo pacifica la natura subordinata del rapporto di lavoro in questione, assume una non meglio indicata autonomia organizzativa sulla base di una disposizione di risultato, dimenticando che l’obbligazione a carico del prestatore di lavoro subordinato è di mezzi. D’altro canto, non risulta contestata alcuna assenza e/o ritardi dal datore di lavoro al proprio dipendente in ordine alle obbligazioni quotidiane, sicché deve presumersi una prestazione pari alla necessaria effettiva durata, da remunerare in misura corrispondente al tempo di messa a disposizione delle energie lavorative. Appare poi priva di rilevanza la circostanza che l’automezzo di servizio di proprietà datoriale si trovasse nella disponibilità del lavoratore, fatto che anzi dimostra come l’inizio della prestazione oraria avesse luogo, direttamente, proprio con il mettersi alla guida del veicolo.
Ai fini della misurazione dell’orario di lavoro, la norma (art. 1, co. 2, D.Lgs. n. 66/2003) attribuisce espresso rilievo non solo al tempo della prestazione effettiva, ma anche a quello della disponibilità del lavoratore e della sua presenza sui luoghi di lavoro. Al riguardo, il criterio distintivo tra riposo intermedio, non computabile ai fini della determinazione della durata del lavoro, e semplice temporanea inattività, computabile invece a tali fini, anche nel lavoro discontinuo, consiste nella diversa condizione in cui si trova il lavoratore; quest’ultimo, nel primo caso, può disporre liberamente di se stesso per un certo periodo di tempo anche se è costretto a rimanere nella sede del lavoro o a subire una qualche limitazione, mentre, nel secondo, pur restando inoperoso, è obbligato a tenere costantemente disponibile la propria forza di lavoro per ogni richiesta o necessità.